L’ellenismo rustico di Verica Rakocevic

L’ellenismo rustico di Verica Rakocevic

Succede tutto in qualche sperduta piega della Serbia. Nel villaggio fantasma di Zlatibor. Un mondo altrove. Profughe vestite di abiti tradizionali vanno su e giù per strade, stradone, stradine di pietre. Pannaiuole vestite di scampoli si muovono lungo chilometri di erba e nulla. Gente con la disfatta stampata nei cappottoni di lana. Ma con la fantasia che non si stacca mai dalle piume di struzzo e di uccello del paradiso cucite sul berretto. Gente così, quella di Verica Rakocevic, sfilata al Saint Regis hotel per 40 minuti buoni di strepitoso Bregovic. Giocando a poker con l’haute couture, la collezione ha puntato alto, ma non ha puntato lire. Invece di denaro, si è giocata ciò che aveva addosso di più suo: l’arte del pannaiuolo e del calzettaio serbo.

Collezione. Desiderare, immaginare, inventare. A furia di mischiare cappotti e maglie e gonne e calzoni e scialle e veli, fatalmente Rakocevic finisce per rimanere a corto di tradizione. E finisce per tenersi stretti un paio, fantasioso, creativo, azzardato, di capi serviti in tessuti ad alta tecnologia. Che raschiano però nella memoria dei ricami tipici della Serbia. E giù a inventare. Escono in passerella giochi di illusione panna, grigi e neri: filati di lana vergine lavorata a mano, coperti da gonne plissé; voile di seta e scialli sfrangiati nascondono in trasparenza gonne lunghe o calzoni. Tutte cose da abbinare a top, a cappotti di lana, per una microutopia cromatica di perle, specchi e cristalli. La collezione scopre le sue carte lentamente, facendole scivolare sotto le ciocie serbe, trasformate in sandali di cuoio a pianta quadrata, o sotto gli stivaletti rossi. Compaiono fiori di pergamena ricamati sulle tuniche asimmetriche e sui calzoni. Tra le pieghe del collo pendono ciondoli in filigrana d’oro a spirale. Full di toreri nei giubbini bordeaux con calzoni a vita alta e stola appesa su un fianco. Full, di pezzi a stile impero: passamaneria di motivi etnici sul seno, voile verde muschio su calzoni bordeaux. Poi, la sera, l’innovazione se ne torna a casa. E si può anche capire. A Rakocevic non rimane altro da fare: sfilare tre pezzi autentici del primo ‘900. In velluto nero con applicazioni floreali, abbinati a gonne ricamate di perle e dipinti originali, patrimonio di vecchi costumi nazionali.

Tendenze. Una collezione che sgrana le sue carte sul voile di seta, taffettà e soprattutto lana color panna filata a mano. Spoglia di gioielli, si accontenta di antichi collier in filigrana d’oro dall’effetto uncinetto. Si intestardisce a voler far sfilare la sposa: in cappello con monete e piume di struzzo, incede sulla passerella un vestito ornato di perle, un cuore in mano al posto del bouquet. Salvifiche, deliziose chicche, le borsette piccolissime a forma di cuore.

Allestimento e gossip. Cronaca di un pomeriggio al Saint Regis hotel. Per colonna sonora Goran Bregovic. Per la cantante Francesca Schiavo, in versione profuga albanese in abito-affresco bizantino, una melodia ancestrale.

Giudizio. È già qualcosa di diverso dai chilometri di tessuti che ci hanno fatto passare sull’autostrada di questa kermesse romana. Qualcosa di nuovo. Colpisce nel segno.

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